E’ un calmo silenzio quello che pervade le ultime opere di Liana Taurini Barbato. Non un rumore, non uno squillo cromatico spezza la quiete, disturba il tranquillo procedere delle anime.

Non figure ma proiezioni di esse attraversano spazi immateriali, visioni di un viaggio irreale nei territori del sogno.

La Barbato, nei lavori realizzati per questa mostra, ha lasciato che il colore la conducesse in luoghi lontani della realtà assordante, dalle scene di vita ancorate ad una sicura collocazione temporale. Si è lasciata trasportare in territori più intimi fatti di velature e sensazioni in cui il tempo, così come lo conosciamo noi, fatto di date, di ore e di minuti, non ha più ragione di essere. La densa materia si è alleggerita e il corpo si è modificato.

Incamerata e ripetuta più e più volte la lezione pittorica del secolo appena trascorso la Barbato ha sentito, in questi ultimi anni, la necessità di rinnovare il suo stile, la sua tavolozza. Nei suoi ultimi lavori le mani perfette si sono ammorbidite e affusolate, i corpi sono divenuti ora malleabili ora rigidi, il colore ha perso la sua “densità” e la sua “pesantezza” e si è fatto nebbia, la luce ha smesso di colpire e tagliare ed ora si adagia lieve su tutto.

Sebbene, difatti, l’impianto classico-novecentistica di Ulbaldo Oppi, Francesco Trombadori, Achille funi e tanti altri riecheggi ancora nelle sue tele, da questo l’artista di discosta notevolmente nel momento in cui affronta la definizione dei volumi e lo svilupparsi dei corpi. Proprio, infatti, come Lia Pasqualino Noto, e insieme a lei, negli anni Trenta, tantissimi altri artisti, la barbato cerca una pittura meno vincolata dal rigore, più fluida e morbida percorsa non dal sole violento del rinnovamento che tutto accende (come accadeva per l’artista siciliana) bensì dal chiarore, dalla fredda e soffusa luce della luna che tutto accarezza.

I suoi dipinti sono più indefiniti, meno severi di un tempo. I colori seppur pastosi, appaiono più leggeri. L’azzurro, il viola, il rosa tenue, il bianco si depositano sulle tele e plasmano nuovi esseri. Avvolti da impalpabili velature nebbiose, sospesi in una dimensione irreale fatta di attese e tenerezze, teneri amanti, giovani donne, madri con figli attraversano i luoghi della memoria in un continuo scambio tra interni ed esterni fatti di sostanza onirica.

Le atmosfere di cui si nutrono le sue creature sono intrise di malinconia. Anche nei ritratti, dei quali la Barbato ha un ampia produzione, gli occhi delle giovani donne sono colmi di laghi acquosi narranti di storie nascoste in fondo al cuore.

Gli stesi paesaggi, dove ancora aleggia un gusto ottocentista, si perdono in atmosfere sognati e in continua sospensione in cui soli e lune pastose fungono da congiunzione tra mondi antitetici. Alberi, cielo, montagne, suolo tutto si fonde e si disperde come mescolato dal vento, impastato da una luce mai violenta.

Il crepuscolo spande le sue ombre sul mondo spogliando ogni creatura di ogni orpello e ridonandole una consapevolezza esistenziale fatta di pudore e decoro.

Nel campo sognante della tela, non bianchi e candidi gigli ma rossi e palpitanti fiori si ergono limpidi e fieri da un grosso vaso accentuando l’atmosfera irreale, aprendo le porte ad una dimensione ancora più eterea. Il reale come punto di spinta verso l’irrealtà, come germoglio stilizzato di una nuova vita.

La pittura di Liana Taurini Barbato è in continua evoluzione, alla ricerca perpetua di un singolo dettaglio, di un singolo colore che la faccia emozionare.

Ogni quadro è una sfida, è un colloquio intimo col mondo e con noi stessi perché il luogo del silenzio è il luogo migliore per ascoltarsi.

 

Isola delle femmine, 14 luglio 2009                                                          Vinny Scorsone